• La Grande Guerra

Arrampicando al fronte

La ferrata delle trincee sulle Mesole, fra Marmolada e Sella. Alessandro Cristofoletti e Nicola Cagol ci accompagnano sui percorsi della Grande Guerra, in una delle ferrate simbolo delle Dolomiti.

Arrampicando al fronte
Arrampicarsi nella storia

La ferrata delle trincee è un'icona delle ferrate dolomitiche che ripercorrono i passi della Grande Guerra. Congiunge idealmente e fisicamente i due fronti, passando dalle linee austriache alle linee italiane lungo un unico crinale.

Nick ed io decidiamo così, in un terso pomeriggio di agosto, di provarla, pernottando poi al bivacco Bontadini, un piccolo baraccamento costruito dagli italiani a 2500 metri e poi rimodernato successivamente.

Dopo aver parcheggiato dietro alla stazione della bidonvia del Pian dei Fiacconi, aver attraversato la strada che taglia la diga ed aver risalito la Val della Fedaia lungo un sentiero ripido e sassoso, il lago alle nostre spalle si trasforma in uno specchio di vetro opaco e sgargiante. La grande mole bianca e grigia della Marmolada ad ogni passo sembra più imponente. La salita non dura molto e in breve siamo alla forcella di Porta Vescovo, dove i bikers che percorrono il Viel dal Pan salgono dal Pordoi in funivia. Ci imbraghiamo e ci prepariamo alla ferrata, mangiucchiando frutta secca.

Il primo tratto, che dura circa 20 minuti e che raggiunge la cima della Mesola, sale praticamente verticale e ci impegna fisicamente. Nick ha scordato i guanti e, nell'issarsi di peso lungo il cordino, le sue mani si arrossano immediatamente. La roccia però offre un’aderenza impressionante. Si tratta di roccia vulcanica nera, composta da un agglomerato ruvido di pietre di vario colore ed è ricca di asperità e appigli. Superato un traverso molto esposto siamo in cima. La linea di cresta, con i suoi camminamenti e passerelle sospese, separa i due versanti, lago della Fedaia da un lato e gruppo del Sella dall'altro, offrendoci un paesaggio dolomitico di rara bellezza.

L'impegno fisico diminuisce repentinamente, il cordino procede ora in orizzontale con un piacevole saliscendi, pur mantenendo una costante difficoltà tecnica e atletica in molti passaggi.

In questa prima parte ci troviamo lungo le linee austriache e sono ancora ben visibili camminamenti, edifici in muratura e trincee, progettati nell'eventualità che il fronte sulla Marmolada avesse ceduto. Le Mesole sarebbero state il ripiegamento per l'esercito in rotta e avrebbero sbarrato il passo all'avanzata italiana. Purtroppo non sono rimaste molte testimonianze sulla guerra sulle Mesole, in quanto forse troppo vicine alla più famosa Marmolada e alla sua Città di Ghiaccio e alla guerra di mine e ai tremendi massacri del Col di Lana.

Nell'arco di due ore, fra tratti di sentiero pianeggiante e tratti attrezzati, costeggiamo il crinale fino ad arrivare ad un'ampia insellatura, da cui è possibile scendere, volendo, sul comodo sentiero di rientro. Da qui in poi, per altre due ore, camminiamo sul fronte opposto, quello italiano, più ricco di gallerie, postazioni e ricoveri scavati nella roccia. Anche il panorama cambia, offrendo ora le Dolomiti venete, Pelmo, Civetta, Tofane e Antelao su tutte.

L'ultima galleria, lunga più di 300 metri, sbuca a pochi metri dal Bivacco Bontadini ed è la più estesa e spettacolare. Ci perdiamo nelle sue oscure ramificazioni, che spesso terminano con delle piccole finestre affacciate sull'esterno.

Al bivacco alleniamo i denti sgranocchiando un po' di schűttelbrot, il pane di segale senza lievito tirolese, che sicuramente avrà nutrito anche i soldati al fronte nelle dure notti invernali, accompagnandolo con un po' di speck. Quando il sole inizia a calare scendiamo fino al vicino rifugio Padon per cenare con un piatto caldo. Nei pressi della forcella è oramai tutt'uno con l'ambiente un obice italiano arrugginito da 140/19, puntato dritto verso la Marmolada. Quello strumento di morte, abbandonato dagli uomini, è ora la casa e il parco giochi di una moltitudine di piccoli animaletti.

La notte al bivacco Bontadini, chiamato così in onore di Ernesto Bontadin, colonnello degli alpini nella Grande Guerra e accademico del CAI, trascorre tranquilla e immersa nella nebbia. Veniamo disturbati solo a notte fonda, dopo aver spento le luci e aver fatto silenzio. Sembra che delle biglie rotolino saltellando velocemente lungo il piccolo tetto in lamiera. Nel dormiveglia ci agitiamo sul pancaccio che ci fa da giaciglio, chiedendoci cosa sia tutto quel frastuono.

Ma il mistero è presto svelato: sono i passi svelti delle marmotte che ci camminano sopra la testa.

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