• Unesco in bici

Crespi d’Adda, il villaggio operaio

Vola via un finestrino del camper, perdiamo pezzi per strada. Ciclisti e camperisti si cercano ma non si trovano. Poi si incontrano a Crespi d’Adda, un villaggio ideale progettato a cavallo fra il 1800 e il 1900 da un imprenditore visionario

Crespi d’Adda, il villaggio operaio
UN VILLAGGIO A MISURA D'IMPRESA

Come sempre, di buon ora, si parte dal campeggio di Lenno; come sempre, io e Michele, partiamo un po’ in anticipo. Ci troviamo, a breve, intasati nelle strettoie dietro ad autobus e camion, evadiamo dal traffico con le nostre magre biciclette e acceleriamo in un continuo saliscendi sulle rive del lago, fino a Como. Lì decidiamo, a malincuore, di evitare il passaggio per il santuario di Ghisallo, alla Madonna dei ciclisti, troppo in alto e troppo lontano dal nostro itinerario; seguiamo diritti verso Capriate san Gervasio, nel Bergamasco, attraverso le provincie di Monza e Milano.

Il nostro navigatore ci aiuta nel trovare la strada, ma noi, in mezzo ai paesi, riusciamo comunque a perderci. Costretti a usare l’antica tecnica di orientamento della domanda al passante, troviamo effettivamente una scorciatoia: un sentiero sterrato su un piccolo ponte sopra al fiume Lambro, accessibile solo ai pedoni; scoviamo il passaggio segreto e ci rimettiamo in carreggiata, seguendo di nuovo le indicazioni del fedele navigatore.

Durante il viaggio ci chiama Alessandro: “Pronto? É successa una bella merda: abbiamo perso il finestrino”. Nei primi chilometri verso Como, in galleria, il finestrino della “mansarda” sopra la cabina di guida, si è strappato a causa di una chiusura distratta. I due camperisti devono fermarsi a Como, sperando di trovare un pezzo di ricambio in tempi utili. Io e Michele, incapaci di rallentare significativamente il ritmo, arriviamo a Crespi D’Adda - il nostro quarto sito Unesco - in spaventoso anticipo, mentre Alessandro ci avverte con i messaggini sull’evoluzione della situazione:  il pezzo c’è, ed è già stato sistemato. Adesso partiranno per raggiungerci.

Nell’attesa facciamo un giro in bici per questo curiosissimo paese, tra le casette operaie accanto alla fabbrica, fino a raggiungere, in fondo al viale, il cimitero, dominato dal grande mausoleo della famiglia Crespi.

Alessandro e Marco ci chiamano ancora: hanno dimenticato di prendere il copri telecamera a Como e adesso devono tornare indietro a prenderlo; erano quasi arrivati. Torniamo ad inizio paese, nell’unico bar, e pranziamo con due gelati sciolti. Tra un gelato e l’altro, il vicino di tavolo, Roberto, da trent’anni a Crespi D’Adda, ci parla del villaggio e della doppia visione dell’opera. Da una parte gli operai potevano godere di tutti i servizi: medico, prete, dopolavoro, istruzione ai figli, manutenzione delle case; dall’altra, il padrone, dall’alto della sua villa-castello, ambiva ad un’organizzazione e controllo assoluti nei confronti dei propri dipendenti. La domanda che sorge è: Crespi D’Adda era un villaggio a misura d’uomo o a misura d’impresa? Naturalmente tenendo conto del periodo nel quale fu costruito.

Organizziamo i due appuntamenti nella mattinata: l’incontro con il sindaco di Capriate San Gervasio, comune che comprende Crespi D’Adda, e la visita con Stefano Scattini, dell’associazione villaggiocrespi.it; due incontri per tornare alla nascita dell’era industriale e vederne i risvolti e le eredità nel presente.

UN VILLAGGIO A MISURA D'IMPRESA
IL "FEUDO INDUSTRIALE" DI CASA CRESPI

La nomina a patrimonio dell’umanità, nel 1995, ha dato maggior visibilità a Crespi D’Adda, imponendo anche una maggior attenzione alla cura del villaggio, rimasto quasi invariato fino ai nostri giorni soprattutto a causa della sua posizione isolata, in un bassopiano raggiungibile solo da nord, racchiuso dalla confluenza dei fiumi Brembo e Adda.

La fabbrica venne costruita nel 1878, da Cristoforo Benigno Crespi, sulle rive dell’Adda, per sfruttare la potenzialità delle acque. Il figlio Silvio, reduce dagli studi in Gran Bretagna, volle mettere in pratica gli esempi sperimentati oltremanica in direzione di un'industria più incline alle esigenze del lavoratore. Nei decenni seguenti all’entrata in funzione, si cercò di costruire quello che doveva essere, secondo la visione dei Crespi, un villaggio ideale.  Si costruirono ampie case con giardino, a bassi costi di affitto, si fornirono numerosi servizi gratuiti, impensabili negli altri paesi vicini, come l’acqua corrente, potabile ed industriale, le sementi per l’orto, l’istruzione, la sanità. Si pensò anche alla cura dell’aspetto religioso, con la costruzione della copia quasi perfetta della chiesa rinascimentale di Busto Arsizio, città natale della famiglia Crespi.

Nacque così un villaggio costruito per coniugare le necessità produttive con la dignità del lavoro e della vita degli operai, dove il datore di lavoro è il padrone ma anche il grande “padre” della comunità.

Naturalmente a fine ottocento le differenze tra le classi e i ruoli, rimanevano ben visibili: i Crespi sottolinearono la loro autorità costruendo una villa, o meglio un castello, in stile neo-medioevale; per questo il villaggio viene definito un “feudo industriale”, dove tutta la vita verteva intorno alla fabbrica, e, non solo gli edifici, ma quasi gli stessi abitanti erano proprietà privata del datore di lavoro.

Dopo le passeggiate per questo singolarissimo paese, risistemiamo il camper in assetto da viaggio e ripartiamo. Domani avremo la giornata libera, questa sera Michele farà in bicicletta i 35 chilometri di strada verso Milano, garantendo la continuità del nostro viaggio in bicicletta. Noi, in attesa del lunedì, unico giorno possibile per la visita al Cenacolo, facciamo una fuga dalle rispettive fidanzate, collegati a distanza dal filo invisibile del progetto “UNESCO IN BICI”.

 

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IL "FEUDO INDUSTRIALE" DI CASA CRESPI
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