• Unesco in bici

Il Patrimonio ritrovato

Il viaggio in bicicletta di 4 ragazzi attraverso tutti i siti dell'UNESCO italiani. 5000 km e 44 grandi tappe raccontate dalle immagini e dalle parole dei protagonisti: un 'on the road' sulle strade d'Italia, a caccia dei tesori naturali e culturali del Belpaese

Il Patrimonio ritrovato
DIMENSIONE AVVENTURA

Era il 3 giugno del 2010, avevo 26 anni e stavo per dare inizio alla mia prima grande avventura. Erano nove mesi che ci lavoravo duramente, dall'ottobre dell'anno prima, quando avevo deciso che il mio progetto di documentario lo avrei realizzato vivendo un viaggio in bicicletta attraverso i siti dell'UNESCO italiani. Amici, parenti, professori, chi più chi meno, mi avevano dato del matto - la cosa pareva effettivamente un po' fuori portata per un neolaureato in Beni Culturali alla prima esperienza - e a dire il vero anch'io iniziai a dar loro ragione. Con la primavera, però, arrivarono i primi patrocini e i primi sponsor, e a quel punto era troppo tardi per tirarsi indietro.

Iniziai componendo una squadra che avrebbe vissuto con me gli oltre 5000 km e i 44 siti Patrimonio dell'Umanità sparsi lungo lo stivale (oggi i siti sono una cinquantina): Marco, cameraman di Trento con base a Londra, un passato di saltatore di sci d’acqua semi professionista e una carriera di bassista rock psichedelico in fase di decollo; Samuele, studente di scienze della comunicazione a Padova, geneticamente portato alla baldoria, residente a Palù di Giovo, quindi vicino di casa di Gilberto Simoni e Francesco Moser, ma in quei giorni in Erasmus a Madrid; Michele, amico da una vita e in procinto di laurearsi in ingegneria aerospaziale al Politecnico di Milano. Ai miei futuri compagni promisi tre mesi e mezzo di viaggio pagato e vita frugale, pasti consumati in stoviglie di plastica e infradito ai piedi. Dissi che non sarebbe stata una vacanza, anche se tutti, o quasi, l'avrebbero percepita come tale. Avremmo fatto le ore piccole ritoccando foto e archiviando video, alzandoci presto al mattino per intervistare assessori, geologi, architetti e gente comune o mettendoci in sella per pedalare fino al sito successivo. La nostra casa sarebbe stata un vecchio camper malandato che nascondeva la ruggine dietro un'improbabile riverniciatura verde e lilla; avremmo lavato i piatti con un tubo e ci saremmo accovacciati sulle turche dei campeggi di tutta Italia.

Il progetto non prevedeva solo un godereccio revival di gita di classe. Gran parte della fatica l'avremmo spesa scattando una fotografia al Patrimonio dell'Umanità italiano, muovendoci con un mezzo lento, faticoso e non inquinante, consci della nostra immaturità e dei nostri limiti, della nostra scarsità di mezzi e del nostro improvvisare un mestiere che esigeva una preparazione tecnica, storica e culturale approfondita, che non avevamo. Ma assai acquista chi perdendo impara, diceva Michelangelo, e questa convinzione compensava tutti i dubbi e i tentennamenti possibili, lasciando aperta la porta sulla dimensione che sognavo fin da piccolo e che ora, finalmente, avrei vissuto, raccolto e custodito, fino a trasmetterla, poi, a qualcun altro. Quella dimensione si chiamava avventura.

 

Sono passati cinque anni da allora e di cose ne sono cambiate parecchie. Samuele, l’unico che visse con me il progetto dal primo all’ultimo chilometro (gli altri hanno partecipato solo in alcuni tratti del tour), oggi non c’è più. Fu lui a spendere la maggior fatica fisica, pedalando lungo le curve e i tornanti di tutta Italia; e fu sempre lui a mettersi di fronte alla telecamera per raccontare cosa stessimo vedendo o provando. Sono sue, infine, le parole che descrivono il nostro viaggio e che lui ogni sera scriveva sotto la luce fioca del camper. Rileggerle e riadattarle per questa vetrina ha significato molto per me. Ho incontrato nuovamente un amico che non sentivo da anni e che non posso più rivedere, ci siamo seduti davanti a un bicchiere di vino e abbiamo ripreso in mano i ricordi di quando entrambi eravamo poco più giovani, ma molto più incoscienti.

Lascio quindi ora la parola a lui, mentre a me resta solo da augurarvi buon viaggio.

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