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Le suggestioni della Val d’Orcia

Vediamo da vicino gli effetti del “buon governo” rinascimentale. Rimaniamo incantati dai paesaggi valdorciani e dai racconti dei suoi contadini. E facciamo pure noi un' “ultima cena”.

Le suggestioni della Val d’Orcia
LA CAMPAGNA VALDORCIANA

Lasciamo il campeggio ai piedi di San Gimignano per dirigerci verso la Val D’Orcia. Posticipiamo la visita a Siena, bloccata dal Palio del 2 luglio. La prossima uscita di scena di Marco Menestrina e la temporanea assenza, sempre causa tesi, di Michele, comportano uno stravolgimento dei piani. Carichiamo così le bici sul camper e rimandiamo di qualche giorno il passaggio in bicicletta per Siena, per la conclusione del ciclo delle visite Toscane.

Arriviamo nel paesino medievale di San Quirico, dove incontriamo Mario e Raffaella, Direttore e guida del Parco della Val D’Orcia. Davanti a noi si adagia la vallata, modificata nei secoli dal costante intervento dell’uomo, che ne addolcì le forme per migliorare coltivabilità e impatto estetico, seguendo l’ideale del cosiddetto “buongoverno”, modello della gestione di città e campagne in tempo rinascimentale.

Dopo l’incontro troviamo il posto per il camper, vicino alla cittadina di Pienza, la nostra futura tappa, contemporaneamente borgo rinascimentale, UNESCO dal 1996, e comune del sito della Val D’Orcia, inclusa nella lista nel 2004. Il campeggio è nascosto tra le colline della profonda campagna: ci arriviamo attraverso un intricato e insidioso percorso su strada sterrata. Il casale, in cui sostano una manciata di camper da tutta Europa, è una fattoria dove si allevano pecore, capre, maiali, galline, pavoni: dopo aver ammirato il paesaggio rurale da lontano, ora ne siamo stati inghiottiti.

Nel pomeriggio andiamo a pochi passi di distanza, nell’azienda agricola di Marco Capitoni, un agricoltore del luogo, che, insieme alla moglie, ci accoglie nella cantina, raccontandoci la storia della Val D’Orcia, passata nel secolo scorso dall‘isolamento e l’emigrazione ad essere meta ambita da turisti di tutto il mondo. Al fresco della cantina possiamo goderci un bicchiere del vino di Marco, tra le abbondanti chiacchiere, con lui e la moglie trasformati in professori di storia.

Torniamo al camper con il sole che si avvia al tramonto sulle calde e fragranti campagne valdorciane, camminando tra i cipressi sulla strada di ghiaia, come dentro ad un quadro. Al ritorno all’agri-campeggio ci aspetta un cenone inaspettato: una serie estenuante di piatti e assaggi di prodotti della fattoria, che ci riempiono ogni angolo della pancia. Domani gireremo la valle a caccia di nuovi scorci in questo quadro vivente.

LA CAMPAGNA VALDORCIANA
COME IN UN DIPINTO...

Questa valle dove ogni cosa sembra raggiungere la collocazione perfetta non è frutto di una combinazione fortuita di fattori. Essa è dovuta all’opera incessante di uomini e donne che non si stancano di amare la propria terra in modo viscerale e si applicano nella sua cura con un’intelligenza e una dedizione le cui radici possono essere fatte risalire a molti secoli fa.

Nella prima metà del 1300 Ambrogio Lorenzetti, uno degli artisti più importanti dell’epoca, dipinse l’allegoria del buono e del cattivo governo. L’affresco, che occupa tre delle quattro pareti della Sala dei Nove nel Palazzo Pubblico di Siena, rappresenta attraverso delle figure umane le virtù e i vizi rispettivamente del buono e del cattivo governo. Sulla parete di destra sono presenti gli effetti del buon governo in città e in campagna, e nel guardare il dipinto par di rivedere gli splendidi scenari della Val d’Orcia.

Nel pensare alla sua composizione, Lorenzetti deve aver preso spunto proprio da queste zone, distanti da Siena solo pochi chilometri. Qui i campi sulle morbide colline verdi, bionde, o brune a seconda della stagione in cui ci si trova, sembrano dipinti essi stessi, nati dal pennello di qualche talentuoso paesaggista; ed anche i piccoli borghi medievali o gli isolati cascinali congiunti da lunghi viali di slanciati cipressi fanno parte di quest’opera pittorica.

Vedendo ciò, noi, viaggiatori affascinati, intuiamo che il talento e la vocazione per la bellezza non sono qualità esclusive di artisti, architetti e letterati, ma scorrono nel sangue dei contadini, dei vinai, degli amministratori e, più in generale, di tutta la gente comune che abita la valle.

La sera, dopo aver girato in lungo e in largo la Val d’Orcia a caccia di immagini e suggestioni, ceniamo a braciole con la bottiglia di Marco Capitoni, il nostro Cicerone Valdorciano, per celebrare l’Ultima Cena, non di Leonardo, ma di Marco Menestrina.

Domani ci lascerà per tornare a Londra, un po’ a malincuore, tra i pensieri per il nuovo lavoro e l’amarezza di lasciare questo progetto sempre più bello. Ci raggiungerà a settembre, sulle Dolomiti, per il gran finale.

 

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COME IN UN DIPINTO...
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