• Unesco in bici

Su e giù dal Bernina

Altra valle altro sito. Prendiamo un treno che decolla, molto lentamente, fino a portarci su, sopra le nuvole. Il giorno dopo per compiere la stessa impresa ci mettiamo gambe e fiato. Superiamo il punto più alto del tour, infreddoliti e stanchi. Ci lecchiamo le ferite atletiche nella verde Svizzera

Su e giù dal Bernina
IL TRENO ROSSO DELLA VALTELLINA

Ci svegliamo presto, come al solito, e prepariamo il viaggio: colazione, vestiti, borracce, integratori, navigatore, pompaggio gomme. Partiamo accarezzati dagli ultimi attimi di fresco, verso la Valtellina, con il naso all’insù, a seguire le creste bianche delle montagne. Ci alziamo di quota affrontando la dolce pendenza del passo dell’Aprica, siamo in cima senza nemmeno accorgercene; dopo la prima settimana di rodaggio ci sentiamo già allenati a dovere. E anche oggi daremo la biada ai camperisti ritardatari, persi in Valle Camonica a lavorare al computer.

Dopo lo scollinamento ci godiamo la calda discesa panoramica sulla Valtellina, sulle strade percorse poche settimane fa dal Giro d’Italia; in un attimo siamo a Tirano, davanti alla basilica, due metri più in là passano i binari del trenino. Andiamo a prendere i biglietti, offerti dalla Ferrovia Retica, poi troviamo la piazzola di sosta ed aspettiamo il camper, stesi a cuocere al sole.

Finalmente arrivano Marco e Alessandro su Van Mac, parcheggiano cercando un po’ d’ombra. Nella piazzola non ci sono i bagni, dobbiamo inventarci la doccia: in mutande, andiamo nel punto dello scarico delle acque nere, ci insaponiamo e ci laviamo con la spina dell’acqua, come dei selvaggi zoticoni, che bello!

Lo scartamento ridotto si fa strada in mezzo al traffico appena fuori dalla stazione. La Ferrovia Retica festeggia quest’anno, 2010, il centenario della propria nascita. Già nel 1910 questo piccolo e poderoso mezzo solcava le nevi del passo Bernina anche in inverno, fino a raggiungere i 2253 metri sul livello del mare e scollinava, dopo una serie di tornanti e gallerie, nell’ampia vallata di St. Moritz, nell’Engadina.

È sorprendente pensare che già allora la locomotiva era a trazione elettrica. Tecnologia a parte, il treno non è cambiato poi molto in cent’anni e, mentre i binari seguono dolcemente il fianco della montagna durante la salita, abbandoniamo le chiome dei faggi e dei carpini, il lago di Poschiavo e il confine italiano. Gli abeti rossi prima e i larici poi osservano la nostra silenziosa ascesa.

Raggiungiamo la prima neve. Il panorama è spettacolare e in continuo mutamento. Il treno procede senza fatica sulle salite che arrivano a toccare il 7% di pendenza. In cima costeggiamo il lago Bianco, distesa d’acqua che sgela solo per pochi giorni. Fuori si vede il vento freddo tirare forte contro i magri cespugli e le sterpaglie del valico. Dentro, accomodati nelle nostre poltrone, ad una temperatura costante, e con le vetrate che ci separano da quell’ambiente estremo, vediamo quasi alienati lo spettacolo che esso ci propone.

In poco tempo siamo a St. Moritz, toccata e fuga: dopo dieci minuti partiamo per ripercorrere il tracciato a ritroso. Prima di tornare in Valtellina, a Poschiavo, ci fermiamo per l’intervista con Paolo Sterli, dirigente della Ferrovia Retica, che ci spiega i tanti aspetti che hanno portato la tratta a diventare patrimonio UNESCO: tecnologia pionieristica, valorizzazione, rispetto del paesaggio, integrazione socio-culturale, rispetto verso gli abitanti del luogo.

Al ritorno sistemiamo le cose in camper e ci riempiamo bene la pancia, già lanciati nell’impresa di domani: scalare il passo del Bernina, fino a 2253 metri sul livello del mare; anziché paura abbiamo già l’acquolina in bocca, anzi, nelle gambe.

IL TRENO ROSSO DELLA VALTELLINA
DAL TRENINO AI PEDALI...

Ancora il Bernina, ma in bici. Il temibile Bernina, quasi 1900 metri di dislivello; la strada arriva anche più in alto della ferrovia, fino a 2328 metri s.l.m. Questa è la prova più difficile: la tappa più alta e quella più a nord di tutto l’intero viaggio, una lunga tirata, con poche tregue e una pendenza sempre costante, sfiancante. Partiamo vispi, ma la salita, subito, ci tempra le gambe; ci ingozziamo di barrette energetiche per reintegrare i carboidrati e scongiurare la crisi. Il camper ci segue, ci sorpassa, ci aspetta; non sappiamo bene chi faccia più fatica, se noi o lui, il suo rumore baritonale è inequivocabile, ci sorpassa appena più veloce di noi, lasciando nell’aria quel tipico profumo alpino da motore cotto.

Gli ultimi chilometri sono terribili, il freddo ed il vento di alta quota ci gelano le gambe e la spocchia, ogni pedalata è una conquista, lentamente ci avviciniamo a quell’ultimo tornante là in cima, che minuto dopo minuto non è più un miraggio.

A pochi metri dalla cima raggiungiamo due francesi piantati sull’asfalto, ci conosciamo tra gli spasmi e scolliniamo trionfalmente insieme. Alessandro e Marco, nella piazzola, hanno trasformato il camper in baita alpina; brindiamo con un tè caldo alla conquista italo-francese del passo svizzero. I due ci raccontano il loro viaggio: hanno preso il treno da Grenoble a Trieste, adesso stanno attraversando tutto l’arco alpino con l’obiettivo di arrivare in costa azzurra, tra qualche settimana. Ci salutiamo e ci auguriamo buona fortuna: “au revoir!”.

Sull’altro versante i prati sono in fiore, circondati dal bosco e affollati di vacche o pecore. Arriviamo a 1800 metri di altitudine, tra i tetti appuntiti degli alberghi a cinque stelle, nella lussuosa St Moritz. Siamo attorniati da montagne altissime e innevate.  Troviamo il campeggio e ci accomodiamo dentro Van Mac. L’impresa più dura è già compiuta.

La cavalcata verso l’Italia, da qui, ci sembra tutta in discesa.

 

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DAL TRENINO AI PEDALI...
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